Indignados in Spagna

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di AA.VV. – Plebe

 

Il movimento Democracia Real Ya nasce in rete almeno un mese prima della manifestazione nazionale Toma la calle! del 15 maggio (denominata poi 15M). Una mobilitazione organizzata via internet e poi pubblicizzata in strada attraverso manifesti e volantini dei quali neanche i volantinatori, spesso, ti sapevano dare spiegazioni sulle motivazioni, liquidandoti con un generico “è per tutto!”. Strade e facoltà tappezzate dell’invito a non mancare al grande appuntamento.
La manifestazione di Santiago, considerando le potenzialità delle strutture della sinistra radicale e delle associazioni studentesche, è stato un vero e proprio flop. Corteo poco partecipato, condito da un paio di episodi di violenza, immediatamente condannati (danneggiati uno sportello bancomat e la vetrina de El Correo Gallego).
Sembrava essere finita qua, con qualche intervento al microfono ed un concerto. Ma il giorno seguente, sempre su facebook è arrivato l’invito a partecipare immediatamente ad una concentrazione nella piazza principale della città, seguendo l’esempio di Madrid, per chiedere la scarcerazione di due compagni arrestati. In un paio di giorni si è riusciti ad organizzare una mini “acampada” anche a Santiago.
La piazza, per il movimento, rappresenta il simbolo della democrazia. In piazza si riflette, “estamos reflexionando”. È il luogo delle decisioni prese tutti insieme, senza delega. Però, ci si domanda: serve a qualcosa? Non si può continuare ad avere come interlocutori gli stessi che definiamo nemici, scendendo poi a compromessi con loro. Siamo convinti di voler abbattere il sistema? Le forme di lotta intraprese possono tutt’al più riformarlo. È davvero così significativo partecipare alle assemblee delle 20, in tutte le piazze spagnole? Lo è più di uno sciopero generale prolungato o di un’occupazione di fabbriche, dell’andare a lezione, dal fare gli esami? Di giorno la piazza è semivuota perché tutti abbiamo da fare, abbiamo i nostri impegni ed è fisiologico che se non ci saranno risultati in tempi brevi, la piazza si stancherà e tornerà a casa, alla vita di sempre.
C’è da riconoscere però l’instancabile impegno di chi partecipa attivamente all’acampada, suddivisa in varie commissioni che organizzano il proprio lavoro autonomamente, ma coordinato tra loro. C’è la commissione addetta alla logistica (costruzione di capanne in legno, ecc.), l’audiovisuale che si occupa della trasmissione in streaming di tutti gli eventi della piazza, delle interviste, ecc., la commissione addetta all’informazione, quella che si occupa di studiare le proposte, la commissione cucina.
Gli Indignados, termine usato dai media e subito adottato dalla protesta, però sono una miscellanea di orientamenti: dicono di essere credenti e atei, di sinistra e di destra, apolitici, conservatori e progressisti. Chiedono una democrazia vera, di poter decidere non delegando più il PSOE o il PP, i due partiti maggioritari; più spazio per i partiti minori; che i politici corrotti e con processi pendenti si dimettano; di farla finita con la disoccupazione, che qui è del 21.29%; una casa e vivere una vita degna.
Un movimento eterogeneo, dunque, senza una precisa identità, che liquida ogni questione strategica come “problemi del dopo”. Fatto sta che restare in piazza, nella piazza che è stata scelta all’inizio, è stato fondamentale fino a domenica 22 maggio, giorno delle elezioni comunali e giorno in cui scadeva l’autorizzazione. Ma anche il paventato, auspicato astensionismo non si è concretizzato (ha votato il 68.33% degli aventi diritto ).
Così il 30 maggio si è passati all’azione nonviolenta contro le banche, fondamentali in Spagna più che altrove, accusate d’aver succhiato denaro pubblico per arginare la crisi. Una sorta di furto autorizzato. La scelta simbolica è stata quella ritirare 155 euro a testa nell’arco di una sola giornata.

 

Nella piazza

 

La piazza si ingrossa col passare dei giorni assume la forma di un vero accampamento, con più di cento tende. Ma, in tutta onestà, ascoltare continuamente gli inviti all’amore, all’affetto, al volersi bene, è imbarazzante e frustrante. Si stenta a parlare di anticapitalismo, visto che il nemico numero uno dovrebbero essere le banche, e di antifascismo, visto che gruppi neofascisti hanno rivendicato la piattaforma (e a Malaga hanno pure fatto una visitina. “Per fortuna” c’era la polizia). Dopo dieci giorni e centinaia di migliaia di persone in piazza non si possono perdere di vista gli obiettivi della protesta e soprattutto non si deve continuare a perdere tempo in sterili dichiarazioni di ecumenica fratellanza.
Invece è così che va. E ne consegue che le iniziative da tenere in piazza stentino, avanzino a rilento. Per venti giorni, tranne negli orari di assemblea, la piazza risulta semivuota, con pochi indignados e qualche pellegrino spaesato che si fa gli affari suoi. Ma un programma per mantenerla viva è stato stilato. Dalla mattina si tengono lezioni di economia, dibattiti sul conflitto israelo-palestinese, ecc.
Il 27 maggio, dopo dieci giorni di acampada, a Barcellona i Mossos d’Esquadra, corpo di polizia catalano, famosissimo per le cariche a studenti disarmati, hanno attaccato studenti, lavoratori, pensionati, anch’essi disarmati, dopo aver chiesto ai manifestanti di liberare la piazza per permettere la pulizia della stessa in occasione della finale di Champion’s League. Una scusa bella e buona, utile per mettere alla prova gli occupanti, i quali, resistendo pacificamente, hanno obbligato il governo a fare un passo indietro in tema di sgomberi. Anche a Santiago è volata qualche manganellata mentre si manifestava davanti alla Giunta Gallega. Ma pure la passività comincia ad apparire sterile. La sera del 27 , in occasione di una concentrazione pacifica di solidarietà con i manifestanti di Piazza Catalunya, la mancanza di proposte ha tramutato la piazza in una sorta di balera. Lo spirito della festa ha riempito il vuoto propositivo. Ha scritto Stéphane Hessel, partigiano francese di 93 anni, nel suo pamphlet “Indignatevi”, dal quale si presuppone sia partito il movimento, che la nonviolenza è si la strada che dobbiamo imparare a percorrere, ma anche che quando i mezzi di offesa di chi ti osteggia sono superiori ai tuoi, la reazione popolare non può essere soltanto non violenta.
La maggioranza di chi sta in piazza sono giovani, giovanissimi, che si avvicinano per la prima volta alla politica, che hanno interesse a cambiare il proprio futuro ma che accusano di corruzione indistintamente la politica ufficiale e la magistratura e allo stesso tempo dichiarano che andranno a votare. Zapatero viene accusato di non aver speso una parola per l’acampada; mentre il sindaco compostelano, Bugallo, ha dichiarato di non essere assolutamente a conoscenza delle rivendicazioni dei manifestanti.
Ora la consegna a breve termine è riuscire a creare assemblee di quartiere coordinate, allargandosi gradualmente al paese, alla città, alla provincia, e chiedendo di discutere in Parlamento, in una seduta trasmessa in Tv, un documento che hanno chiamato “consenso de minimos”, composto dalle tre rivendicazioni iniziali: la modifica della legge elettorale, la separazione dei poteri politico e giudiziale, la fine della corruzione politica (!). Il tutto deciso a Madrid, in un incontro tra i delegati di tutte le acampade. I 5 milioni di disoccupati, la riforma delle pensioni, i paradisi fiscali, sono scomparsi dal calendario. O, a detta degli organizzatori, si sono tramutati in passaggi successivi. Così, gli operai dei cantieri navali (una delle principali fonti di economia per la Galizia), anch’essi a rischio licenziamento, sono rimasti soli, non supportati durante la loro sfilata in città. Diversamente da quanto accaduto a Granada, nei primi giorni della protesta, allorquando i manifestanti hanno appoggiato la lotta degli operai licenziati.
Ogni acampada fa storia a se. Ognuna prende delle decisioni e lancia proposte da presentare a livello nazionale. Ognuna cammina su un binario separato. Per ora, le strutture già organizzate, come centri sociali, laboratori politici e collettivi studenteschi, stanno appoggiando la protesta ma non riescono ancora pienamente a irrompere ed egemonizzare il movimento. Ma resta più che mai valida la frase lasciata da un anonimo pensatore in uno dei bagni della facoltà di Storia e Geografia: Reformar el capitalismo es como perfumar la mierda!

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