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L’euro, specchio fragile di una non-federazione
di Joseph Halevi – Il Manifesto
Quello che stiamo vivendo in Europa, in questi giorni, in questi mesi e nei prossimi, è una crisi che deriva dagli scontri tra pezzi e segmenti di capitale europeo. Secondo me è necessario che la sinistra italiana – quanti ancora pensano in termini di «sinistra di classe» – cerchi di individuare e capire la dimensione intercapitalistica e intracapitalistica della crisi che si sta vivendo in Europa. Quindi non è questione che riguardi un «progetto ideale» europeo, un’unificazione fallita.
La questione è come la ricostituzione del capitale in Europa, partita praticamente dal piano Marshall in poi, si è sviluppata ed evoluta fino ad arrivare alla situazione odierna. Questo è il nostro problema principale da capire analiticamente; ma non viene affrontato da nessuna parte, perché le forze della sinistra (moderata o di estrema sinistra, non ha importanza) che operano nell’insieme dell’Europa stanno accettando tutti i pregiudizi e le ideologie che hanno accompagnato la cosiddetta costruzione europea. Questo è, secondo me, il punto nodale.
Ne consegue che, come ha di recente osservato Emiliano Brancaccio, molto giustamente, «la sinistra non è preparata all’eventualità di un crollo dell’euro»; come fatto obiettivo, non come frutto di un desiderio. Se l’euro si sgancia e si decompone, che cosa succede? Qual è la prospettiva che si apre? Che tipo di analisi si deve fare? Non c’è assolutamente nulla.
Vorrei fare due osservazioni: la prima riguarda il fatto che la scissione tra un’Europa del nord (che accumula surplus nella bilancia dei pagamenti) e un’Europa meridionale che invece accumula deficit complementari, è un processo che va avanti da parecchio tempo. Italia e Francia vi sono stati coinvolte grosso modo da una decina d’anni. L’Europa meridionale – Spagna, Portogallo e Grecia – è sempre stata in questa situazione. Sono sempre stati paesi «deficitari», che dovevano, quindi, colmare il deficit delle proprie bilance di pagamenti attraverso importazioni di capitale di vario tipo.
È un aspetto che non è mai stato preso in considerazione. Le asimmetrie che si sono create in Europa esistono da tempo, anzi precedono per molti aspetti la formazione dell’euro. E che, certamente, l’euro non ha minimamente mitigato.
La seconda osservazione – e qui vorrei spezzare una lancia a favore della Merkel, sebbene io l’abbia criticata spessissimo – è che il governo tedesco ha assolutamente ragione nel dire che i bond europei sarebbero in conflitto con la costituzione tedesca. Non c’è nessun elemento nei trattati firmati e promulgati in Europa, fino all’ultimo Trattato di Lisbona, che possa condurre alla formazione di uno Stato federale. Quindi non c’è nessun vincolo che possa facilitare la trasformazione dei singoli stati europei in una direzione di tipo federale. Anzi, la prospettiva federale è stata bloccata già dalla commissione Giscard d’Estaing, che doveva promulgare la Costituzione europea, poi diventata il Trattato di Lisbona: Poi respinta nei referendum francese e olandese, ma reintrodotta dalla finestra come Trattato di Lisbona, con dei cambiamenti molto secondari. Quindi il governo tedesco ha una certa ragione, ma questo significa che non c’è assolutamente alcuna soluzione interna e nel frattempo, quindi, i segmenti di capitale europeo si stanno scontrando come processi geologici o tettonici.
Secondo me il movimento operaio, se c’è, non deve farsi carico di questo problema; deve farsi carico soltanto degli interessi delle forze lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati, di queste persone qui. In questo momento, infatti, stiamo addirittura trascendendo la situazione specifica del debito. La problematica sta andando molto al di là: nello scontro tettonico tra spezzoni di capitale, all’interno dell’Europa, la parte più «coerente» è quella del capitale tedesco, che comprende anche le multinazionali straniere che operano in Germania. È un insieme coerente di paesi – Olanda, Austria, scandinavi (perfino quelli che non sono nell’euro, come la Svezia) – che sono in alleanza con la Germania e hanno una posizione internazionale eccedentaria. Cosa che invece non succede per Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.
Non c’è soluzione all’interno dello schema istituzionale attuale e non c’è meccanismo di trasformazione dello schema attuale in uno schema diverso; non c’è quel qualcosa che possa permettere una trasformazione in un orientamento più federale. Che sarebbe quello logico, ma non c’è. Ed è, come si dice, una chimera pensare che si possa fare rapidamente.






