Roosevelt e la sinistra americana

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di Polonio210

 

Nel 1906 l’economista e sociologo tedesco Werner Sombart si chiese: “perché non c’è il socialismo negli Usa?” Questo vero e proprio enigma ha fatto scervellare i seguaci, e non, del pensiero di Carlo Marx per decenni senza tuttavia arrivare ad una risposta definitiva.

Seymour Lipset, un importante sociologo americano già peraltro dirigente della giovanile socialista americana, si è a lungo interrogato su questo tema riuscendo a pervenire ad alcune interessanti considerazioni che cercherò di riassumere brevemente.

Secondo Lipset se il sistema americano era riuscito a “tenere” in alcuni tornanti molto critici, crisi economica del 1893 su tutti, ciò probabilmente poteva essere spiegato dal carattere eccezionale della struttura di classe che non ereditava rapporti sociali gerarchici di natura feudale, dalla grande ricchezza del paese, dall’esistenza di un suffragio universale maschile adulto precedente l’industrializzazione e dagli effetti di un sistema elettorale bipartitico focalizzato sull’elezione diretta del Presidente: circostanze che integrate avevano impedito la formazione di un soggetto politico con un profilo di classe in grado di aggregare il malcontento e dargli una piattaforma politico-partitica.

La crisi del 1929 e la straordinaria fase di conflittualità sociale da essa scatenata costituivano tuttavia un serio pericolo per il sistema politico-partitico americano: i risultati di vari sondaggi d’opinione dell’epoca indicavano infatti che una consistente minoranza della popolazione era pronta ad appoggiare programmi socialdemocratici o socialisti.

La mancata emersione di un terzo partito può parzialmente essere spiegata con la specificità del sistema politico americano che impedisce coalizioni multipartitiche consegnando la Presidenza ad un unico vincitore di una competizione nazionale. I due maggiori partiti tendono quindi costitutivamente a cooptare movimenti ed orientamenti espressivi di situazioni di malcontento. Questi elementi tuttavia non sono sufficienti a spiegare il caso americano: dove iniziano i meriti di Roosevelt e dove i demeriti dei dirigenti radical aggiungo io.

Per Lipset infatti Roosevelt attraverso una complessa strategia politica che contemperava, l’elaborazione di politiche progressiste, l’appoggio presidenziale ai sindacati, la cooptazione di esponenti radical e sindacali nel Partito Democratico a tutti i livelli, la nascita di micropartiti dal profilo radical ma filo-democratici in territori politicamente difficili, il sostegno a comitati singol issue, riuscì a disinnescare il malcontento e a modificare diversi aspetti della vita pubblica americana senza alterare il sistema individualista di valori della nazione.

Tesi possiamo definire del Grande Roosevelt.

Le abilità di Roosevelt possono tuttavia essere ribaltate e lette come le incapacità, mai così chiare come in questo caso, della sinistra americana. Incapacità analitiche - i comunisti sostennero Roosevelt e il New Deal convinti che esso fosse una sorta di Fronte Popolare a stelle e strisce (!); Incapacità politiche - il sistematico affossamento tra il 1936 e il 1940 delle più importanti riforme newdealiste da parte della Corta Suprema schiudeva praterie su cui incalzare un presidente la cui auspicata ripresa economica tardava ad iniziare e col nervo scoperto del partito del sud orgogliosamente razzista; Incapacità, infine, strategiche: il dividi et impera rooseveltiano non sembra infatti molto lontano da una rivisitazione del gioco delle tre carte .

La crisi economica offrì dunque ai radicals americani la più grande occasione del XX° secolo di costruire un terzo partito ma i dirigenti dell’epoca probabilmente non furono all’altezza del momento.

Di fronte alla crisi odierna il problema non si pone: la sinistra americana risulta non pervenuta.

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